Buddismo | Buddhismo | Impermanenza | Dukkha | Anatta | Anicca | Kamma | Karma | Via di Mezzo | 4 Nobili Verità | Ottuplice Sentiero | Meditazione
Il Buddha sosteneva che le nostre esistenze sono come un ponte e non si costruisce una città o qualsiasi altra cosa su un ponte. Il ponte è una giunzione, un passaggio. Ma il nostro attaccamento e la nostra identificazione con un'illusione di continuità e immutabilità (a cominciare dal nostro ego) crea tutta la nostra sofferenza. Soltanto quello che il Buddha chiamava "il senza nome, il senza origine, il senza morte", ossia la realtà ultima da cui tutto scaturisce e a cui tutto torna, rimane immutabile nella sua essenza, nella sua costituzione, ma non nelle nostre vite che sono una sua manifestazione. Una delle infinite.
Nessuno di noi è possessore della vita che scorre in lui, come il bulbo di una lampadina non possiede la corrente e la luce che le scorre dentro.
Urgenza
L'urgenza di raggiungere la propria salvezza e la propria liberazione è un compito irrinunciabile e non procrastinabile. Bisogna aver percorso prima un certo tratto del sentiero per poter aiutare gli altri a liberarsi dalla loro sofferenza. Ma solo attraverso il nostro esempio, la nostra presenza ed eventualmente le nostre indicazioni, se richieste. Se non si è raggiunto un certo grado di comprensione del Dhamma e non si è compiuto ancora un certo tratto del nostro cammino in quel sentiero, non saremo in grado di fornire il nostro prezioso aiuto. Il Buddha, infatti, sosteneva che senza quelle condizioni potremmo aiutare gli altri proprio come una madre senza braccia tenta di salvare il proprio figlio mentre lo vede annegare. E anche dopo, pur avendo raggiunto la Buddhità, non si può aiutare nessuno senza che questi lo voglia e ci metta il suo impegno e la sua volontà. Di qui la similitudine della madre mutilata, che sebbene soffra incommensurabilmente di fronte all'annegamento del proprio figlio, non riesce comunque a salvarlo. Come si può vedere si sposta completamente l'asse di responsabilizzazione, capendo finalmente l'inutilità di rimandare, di demandare a qualche altra entità il compito della nostra salvezza. E anche l'inutilità del dominio e del controllo. Non esistono preghiere per questo. Non vengono scomodate divinità che possono fare il compito al posto nostro. Non esistono scorciatoie. Esiste il Dhamma e la sua applicazione. Per questo il Buddha incita all'urgenza, come se fossimo stati colpiti da una freccia avvelenata. Se così fosse non staremmo lì a domandarci da quale direzione provenisse la freccia, se l'ha scagliata un uomo oppure una donna. Non possiamo star lì a perdere altro tempo, pena la morte. Con la stessa urgenza dobbiamo coltivare il sentiero della nostra liberazione, con l'impellenza di colui che ha la testa in fiamme. La pratica è importante più della comprensione dei testi e della teoria. Infatti il Buddha asseriva che conoscere a memoria molti testi e insegnamenti, e non metterli in pratica è come essere un mandriano che conta le vacche altrui. Non porta alcun giovamento. O troppo pochi per la nostra liberazione.
Saggezza e Compassione
L'esistenza di ogni forma di vita e di ogni aggregato è espressione dell'Origine-Non-Originata. Ogni vita è una sua scintilla, che costituisce una goccia di tutto il mare. La VERA E PROFONDA comprensione di tutto questo (esperita attraverso la meditazione e la profonda consapevolezza, che generano la Saggezza o Retta Visione) fa cessare ogni forma di paura e di smarrimento, in quanto si esperisce che non vi è morte alcuna, non vi è dipartita, né divisione. La profonda comprensione (non intellettualistica) di questo senso di appartenenza, di origine e destinazione, crea l'equanimità necessaria per considerare tutto quello che erroneamente consideriamo "altro" da noi, come, invece, un nostro simile. Si annullano le differenze e sorge spontanea e senza distinzioni la Compassione per ogni forma di vita, proprio come il sole non fa distinzione se e dove irradiare la sua luce e il suo calore. La Compassione è una legge universale dotata di armonia. Colui che infrange tale legge crea profonda sofferenza e alienazione a se stesso, oltre che agli altri.
A causa dell'ignoranza in cui dimora l'uomo, nell'illusione di un io diviso e divisivo, si perseguono ciecamente i propri interessi, preoccupandosi solo della propria felicità e benessere. Proprio come la falena insegue accanitamente la luce della fiamma, attratta verso una fine certa e una sterile e nociva soddisfazione.
Karma
La traduzione letterale della parola sanscrita Karma (Kamma in Pali) è "Azione". Questa azione è l'esecuzione di un gesto, di un pensiero, di un atteggiamento, ecc., e di tutte le reazioni ad essi associate, secondo delle precise leggi universali. Il karma non è un peccato di cui dobbiamo mondarci, è la consapevolezza di generare reazioni ogniqualvolta la nostra mente crea un pensiero. Ogni pensiero è fautore di felicità o di sofferenza. Ogni pensiero è l'arredamento della nostra dimora futura (nel Buddismo si parla di regni), fatta di pace ed armonia, o di sofferenze indicibili. Ogni pensiero di adesso sarà la nostra vita di domani. Questa legge chiara e semplice stravolge completamente il nostro approccio alla vita. Il karma negativo non è un destino ineluttabile, ma attraverso la retta applicazione di tutti i principi del Dhamma, può essere purificato ed infine estinguersi. Il grande potere che abbiamo in questa nostra vita è proprio qui davanti a noi e continuiamo ad ignorarlo. Spesso il concetto di karma viene associato erroneamente alla reincarnazione. Il Buddha non ha mai parlato di reincarnazioni (che sono concetti propri della religione induista), ma di rinascite. L'estinzione di una parta del karma negativo (esiste anche quello positivo, non dimentichiamocene. Quando meditiamo creiamo karma positivo, per esempio) ci conduce in rinascite (anche in questa stessa vita) di dimore più felici e soddisfacenti, in attesa dell'estinzione ultima o Nibbana (letteralmente estinzione del fuoco delle passioni, cessazione di tutte le sofferenze e delle illusioni).
Le 4 Leggi e le 8 Attività
Il cuore del pensiero Buddista è l'insieme di leggi espresse dalle 4 Nobili Verità, che il Buddha insegnò per prime, determinando in tal modo le cause della sofferenza e la sua cessazione.
Le 4 Nobili Verità sono: 1) La realtà della sofferenza (nessun essere ne è immune e nessun essere può confutare questa realtà); 2) L'origine della sofferenza (quali sono le sue cause, da cosa deriva); 3) La fine della sofferenza (esiste una fine, una cura alla sofferenza); 4) Il sentiero che conduce alla fine della sofferenza (qual è il metodo per porvi rimedio).
Il rimedio ultimo alla cessazione della sofferenza (la quarta verità) è l'Ottuplice Sentiero, cioè un sentiero spirituale unico, ma che si snoda in otto manifestazioni diverse e complementari.
L'Ottuplice Sentiero consiste in: 1) Retta Visione, 2) Retta Intenzione, 3) Retta Parola, 4) Retta Azione, 5) Retti mezzi di sostentamento, 6) Retto Sforzo, 7) Retta Concentrazione e 8) Retta Meditazione.
Qui la parola chiave è l'aggettivo "retto", nel cui significato il Buddha ci informa delle qualità che tale sentiero deve possedere. Non deve essere troppo spinto o troppo debole, troppo fanatico o troppo diluito. Giusto, appunto. Il Buddha diceva spesso che dobbiamo essere come dei liutai, accorti ad accordare le corde del liuto: se la corda è troppo lenta non produrrà alcun suono, se è troppo tesa rischia di rompersi. Quindi ogni nostra pratica riguardante la voce, il corpo e la mente deve essere retta per essere fruttuosa e per non spezzare la nostra volontà di provarci. Si noti che la meditazione e la concentrazione/mente raccolta occupano ben due posti nel Sentiero, proprio a denunciarne la fondamentale importanza e utilità. Per affrontare l'architetto delle nostre vite, che nell'ignoranza crea le proprie dimore di sofferenza e alienazione, bisogna trascendere la mente concettuale che lo genera. Non si possono lavare le mani sporche di sangue con il sangue. Bisogna acquisire attraverso la meditazione la profonda e saggia distanza per vedere l'Origine Interdipendente di tutti i fenomeni e della nostra sofferenza.
La Via di Mezzo
Quando il Buddha in cerca delle risposte che lo avevano condotto presso i più grandi asceti dell'India di quell'epoca, si ritrovò a morire quasi di fame e di privazioni, ebbe la prima intuizione folgorante di come il sentiero spirituale non debba essere castrante, fanatico, divisivo o che umilii in qualche modo le nostre condizioni umane. Nessun sentiero che neghi l'accettazione della natura umana, delle sue capacità, ma anche dei suoi limiti, può condurre molto lontano. Quindi tra il desiderio di liberazione e la sua attuazione vi è la Via di Mezzo, una strada senza eccessi e senza esagerazioni, un rifugio tra gli opposti, che possono, invece, annichilire i nostri più alti aneliti. Questa è l'unica Via che il Buddha percorse da quel momento fino al suo Risveglio. Una via fatta di Compassione e Saggezza sia per gli altri che per se stessi. Quando si parlava di amore, il Buddha diceva spesso che se dovessimo andare a cercare nei quattro angoli del mondo la persona più bisognosa di amore, troveremmo noi stessi per primi. La mancanza o debolezza dell'amore per gli altri deriva da un amore per noi stessi non ancora scoperto.
La Realtà ultima
Il Buddha non si dilungò mai in questioni metafisiche, poiché diceva che ciò che è imponderabile e non verificabile è soggetto a congettura e porterebbe solo a filosofeggiare. Ai discepoli ha sempre detto, raccogliendo una manciata di foglie da terra, che la sua conoscenza dopo il risveglio era pari al numero delle foglie di tutti gli alberi del bosco, ma che avrebbe insegnato loro solo un numero di insegnamenti pari a quelle poche foglie raccolte nella mano, perché essi da soli erano sufficienti alla liberazione. Nulla di più. Quindi il fine ultimo non è la contemplazione di un Dio fuori da noi che ci guarda e governa, ma la nostra liberazione ottenuta dal risveglio, reso possibile dell'esistenza della Buddhità in ciascuno di noi, che attende solo di essere scoperta e risvegliata.
Meditazione
Per il risveglio è necessaria la Retta Concentrazione (Samadhi) e la Retta Meditazione, come afferma l'Ottuplice Sentiero. La meditazione ha un ruolo centrale, importantissimo per il risveglio, diremmo essenziale e prioritario, ma non unico, in quanto deve lavorare di concerto con le altre attività del sentiero già esposto. Quindi il risveglio è una collana fatta di 8 perle, ma sicuramente la meditazione ne è una parte importantissima, proprio perché serve un abile mezzo per trascendere la mente concettuale, la mente ingannata ed ingannevole, che ha desiderio di controllo e dominio. Senza questo allenamento mentale continueremmo a rimanere intrappolati nei nostri meccanismi e guidati da falsi richiami, proprio come Ulisse perso nel richiamo ingannevole delle sirene. La nostra ricerca necessita di un sentiero e di una bussola e la meditazione ci indica la retta via, senza farci perdere.
Discernimento
Il Buddha ha sempre asserito la centralità dell'individuo, non asservito ad alcun dogma o ad alcuna figura intermediaria. Ha sempre esortato a non seguire gli insegnamenti solo perché pubblicamente riconosciuti o perché appartenenti ad una autorità spirituale. Ha sempre sostenuto l'attuazione della verifica di ogni insegnamento e la conseguente libertà di percorrerlo o di abbandonarlo, anche se fosse stato lui stesso a professarlo. Per tale discernimento ci ha fornito degli strumenti necessari alla considerazione e all'autoanalisi. Una dignità spirituale che nasce dalla libertà da ogni asservimento e dal timore reverenziale, senza figure di intermediazione che non possono e non debbono possedere le chiavi della nostra liberazione.
La liberazione è una nostra responsabilità. Un concetto che all'inizio spaventa, a cui non siamo abituati. Ma che poi rivela tutta la grande potenza e le immense possibilità del nostro destino e delle nostre aspirazioni. Tutto quello che abbiamo sempre cercato è qui. Basta coglierlo.
Sintesi del Corpo dottrinale Buddista
In questo articolo vengono riassunte le basi del pensiero del Buddha Gautama, il Buddha storico.
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Impermanenza
Il primo fatto inconfutabile e assolutamente verificabile è la legge dell'Impermanenza. Tutto muta. Tutto nasce, decade e muore. Eppure, nonostante sia così palese da essere sotto gli occhi di tutti, costituisce un vero rifiuto da parte dell'uomo, che si ostina a vivere nell'illusione (sofferta e tormentata, proprio perché non conforme alla realtà dei fenomeni, ossia al Dhamma) che tutto è stabile, tutto può e DEVE durare per sempre. Sprechiamo tutta la nostra vita, le nostre energie e i nostri averi per creare una bolla di permanenza, che esplode al primo elemento di rinnovo, che noi, invece, indichiamo come di disturbo.
I Fondamenti del Pensiero Buddista
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