FRAGILITA'

Noi tentiamo costantemente di cercare di riaffermare il nostro sé, il nostro ego. Lo facciamo in continuazione. Quando ci impuntiamo, quando ci offendiamo, quando ci arrabbiamo, quando ci chiudiamo, quando ci allontaniamo, quando tradiamo.
La lista è infinita!
Ma perché abbiamo bisogno di affermare in continuazione il nostro sé?
Perché questo è molto fragile! Per quale motivo, sennò, avremmo il costante bisogno di riaffermare la nostra esistenza in quel contesto culturale, familiare, sociale ed affettivo?! Perché ci sentiamo spesso minacciati e in pericolo! E allora sentiamo il bisogno di riaffermare il nostro io, di rinvigorirlo. Si desta in noi quella che possiamo definire «la brama di esistere». Ma come avviene questa auto-affermazione?

L’affermazione del nostro sé avviene in primo luogo attraverso l’identificazione: mi chiamo Tizio, abito a Roma, ho 35 anni, sono un veterinario, e così via. Poi la nostra identificazione passa attraverso i nostri rapporti affettivi e familiari: sono-una-madre, sono-un-suocero, sono-una-zia. Di concerto con i ruoli, l’auto-affermazione si rafforza anche con aggettivi: sono-un-bravo-padre; una-mamma-come-me-bisognerebbe- inventarla; non-importa-che-i miei-figli-mi-facciano-arrabbiare-io-sono-la-mamma-e-una- vera-mamma-sopporta!
Ruoli sempre più credibili, sempre più perfettibili. Eppure mentre cerchiamo di far quadrare il cerchio, i nostri rapporti vacillano... e non capiamo il perché. Ma se avrete tempo di ascoltare il seguito, lo capirete.
Le lusinghe rafforzano il me, mentre il biasimo lo minaccia. E’ per questo che amiamo le lusinghe, i complimenti («come stai bene », «mamma mia davvero, non dimostri proprio la tua età», «come ti sei dimagrita!», visto che essere in ciccia in una società di modelle è un affronto). Invece detestiamo il rimprovero e ci arrabbiamo per esso, o per una critica, oppure addirittura per un mancato complimento. Stessa cosa dicasi per i successi e gli insuccessi. Se riesco in qualcosa il sé si ingrandisce, se non riesco l’ego si impoverisce, si rimpicciolisce.
Ci sentiamo quindi costantemente minacciati, anche quando non lo avvertiamo al livello cosciente. Viviamo spesso nella paura, paura di non essere riconosciuti ed amati. Temiamo che il nostro ego perda il suo splendore. Temiamo che qualcuno lo deprivi di qualcosa.

LA SPINA

Il nostro pianeta è pieno di arbusti spinosi, di fiori spinosi, di alberi e cespugli zeppi di spine. Sì, il mondo ha anche le spine. Nel mondo esistono le spine. Questa è la Prima Nobile Verità. Ma la spina non è un problema in sé, se non dopo che la nostra volontà ci spinga il nostro piede sopra, o che la nostra disattenzione faccia poggiare le nostre dita su di esse. Le spine non sono dolorose finché non inciampiamo in esse, finché la nostra vita ci si siede sopra.
Allo stesso modo il problema non sono le minacce che il nostro ego «crede» di ricevere. Il problema è come reagiamo ad esse. Il vero problema è che ci sentiamo rimpiccioliti e facciamo fatica a digerirlo. E quando ci sentiamo rimpiccioliti scatta la nostra brama di esistere (sankhara in Pali), che a sua volta biasima l’altro, tendando di sminuirlo, mettendo in campo tutte le strategie per tentare di rimpicciolire l’ego altrui questa volta.
Tutti noi siamo persuasi che per sopravvivere abbiamo bisogno di identificarci in tutto quello che facciamo, in tutto quello che abbiamo e in tutte le persone con cui ci relazioniamo. Identificazione. Questa è la parola d’ordine. Questo è il senso di sopravvivenza del nostro sé. Se non ha luogo il processo di identificazione, allora ci sentiamo persi, confusi, come in un sogno di cui non riconosciamo l’ambientazione e i personaggi. Ci sentiamo sperduti nella fitta nebbia dell’incertezza.
Questa è la causa della continua intromissione dei pensieri che non riescono a smettere durante le vostre meditazioni. Questo è il motivo di tanto pensare.
Perché, infatti, continuiamo a pensare anche in meditazione?

Perché senza il pensiero ossessivo-discorsivo-continuo non vi alcuna identificazione possibile!! E tutto questo come abbiamo visto dipende dalla brama di esistere. A qualsiasi costo! E a volte i costi sono molto, molto alti. Nella migliore delle ipotesi, viene azzoppata per tutta la nostra vita la nostra possibilità di essere felici. Nella peggiore delle ipotesi, beh... basta guardare le cronache e le politiche mondiali per questo.
 
E DOPO FU... ATTACCAMENTO

Dopo che la nostra identificazione ha avuto luogo, sopraggiunge il desiderio di rimanere attaccati a ciò che crediamo di essere e che crediamo di possedere. Ed ecco che l’attaccamento comincia a impossessarsi delle nostre vite, a divorarci come un cancro. Uno dei principali problemi dell’attaccamento è che diviene quasi impossibile avere nella vita una posizione aperta e possibilista. Alcuni di voi staranno dicendo: «Ma io non sono affatto attaccato agli oggetti. Men che mai alle persone. Il mio motto è ‘Se lo ami, lascialo sciolto’. Sono un ambientalista, futurista, altruista, animalista e anche cosmologista».
Ma anche se non siamo attaccati alle cose, siamo attaccati alle nostre idee ed opinioni. Quella di prima, infatti, era una opinione ben radicata. Io sono così, io sono cosà. Io non farò mai questo, io non farò mai quello. Il Buddha soleva dire che le convinzioni (e le convenzioni) di una persona sono il cancro della sua mente. Qualsiasi sia la nostra convinzione e idea di come deve essere la realtà essa è sbagliata o parziale, se anche per un solo istante nella vita siamo stati infelici. La vera realtà è profondamente soddisfacente. Tutto è perfetto così come è.

Essere attaccati a qualcosa significa essere incatenati ad un oggetto ingombrante, come un tavolo o peggio ancora un armadio. Dipende quanto è ingombrante il nostro ego. Questo non solo rallenta i nostri movimenti, riducendo di molto le potenzialità della nostra vita, ma rende impossibile anche passare attraverso le porte, ovvero spostarci in altri ambiti, conoscere, spaziare, evolverci e scoprire le infinite possibilità di questa esistenza umana.
Il più grande attaccamento (e la più grande illusione) è quello ai 5 khandha, anche conosciuti come i cinque aggregati, ovvero quello che fa di noi un’unità mente-corpo, costituita da una serie di processi che si attivano in seguito ai nostri sensi, come vista, tatto ed olfatto. Quando questa unità mente-corpo prova delle sensazioni non dubita che siano le «sue» sensazioni. Quando prova dei ricordi associati a quelle sensazioni, non dubita che siano i suoi ricordi. Quando nascono alla fine del processo tutta una serie di pensieri che formano la nostra coscienza momentanea, non dubita che sia la sua coscienza e non vede affatto che essa è momentanea.
Questo processo è impossibile da scorgere finché non si riesce a vederlo direttamente e chiaramente. Ma per vederlo bisogna creare uno spazio sufficiente per poter prendere distanza dalle nostre opinioni e dai nostri giudizi. Ecco a cosa serve la meditazione!! Uscire dal regno di Oz per vedere come è fatto veramente il Mago che vi dimora. Non basta infatti dire «Ok, da domani smetto di creare attaccamento».

Ma se la meditazione è un processo unico e indispensabile per la nostra vera liberazione, dobbiamo innanzitutto cominciare a pensare che il corpo e la mente NON sono un’unica entità. Esiste la mente; e poi esiste un corpo separato da essa e che viene stimolato da essa, ma che segue delle leggi (biologiche) che non sono proprie della mente. Il Buddha diceva che il corpo non ci appartiene. E’ solo un tempio in prestito. Se ci appartenesse ci ubbidirebbe, smetterebbe di stare male se glielo ordinassimo. Ma così non è. Esso segue le sue leggi. La mente lo incita ad agire. Ma sono 2 cose differenti.
Come ti chiami tu? Nessuno!
Se non ci fosse una identificazione ed un attaccamento ai processi semplici dei 5 aggregati (khandha) non ci sarebbe nessun io, nessun me, nessuno Tizio, Caio e Sempronio a prendersela per tutto. Ci sarebbe un normale processo che inizia dai nostri sensi, che crea delle sensazioni, che stimolano percezioni, che richiamano dei ricordi e che creano pensieri. Nel momento in cui si creano i pensieri, ecco che accade il processo di afferrare quel pensiero e dire «questo è mio, questo sono io». Nasce una coscienza condizionata. Una coscienza fatta di illusioni momentanee, in cui spenderemo tutta la nostra vita, proteggendola, anche se essa subito dopo che è nata, muore, lasciando il posto a tante altre coscienze che sorgono e muoiono. Eppure noi potremmo giurare di essere in un solo modo, che siamo fatti così.

Se vogliamo sbarazzarci veramente e una volta per tutte della sofferenza, in tutte le sue forme, dobbiamo liberarci dell’attaccamento. La vita spirituale non è un a via fatta di successi, di traguardi da raggiungere, di cose da acquisire. E una via fatta di rinuncia, di lasciare andare, di liberarsi, di alleggerirci. Tutto il resto è un gioco egoico di volere, volere e volere, travestito di sante parole. Il Nibbana non si raggiunge con la volontà, ma rinunciando al nostro ruolo-farsa in questa vita.
Ecco perché a molti non piace la via per raggiungerlo, perché per farlo dovete spodestare la regina infingarda e lunatica di Alice nel Paese delle Meraviglie, intronizzata dentro di voi. Bisogna rinunciare alla sete di potere.
Voler divenire qualcosa, divenire qualcuno più in alto, o più bravo, o con più titoli è il progetto dell’umanità. Muoversi per acquisire: terreno, ricchezza e altre cose che non possediamo. Vogliamo tutto quello che desideriamo e desideriamo quello che non possiamo avere. Ma questo ci impedisce di essere qui veramente. Ci impedisce di apprezzare quello per cui abbiamo combattuto, perché già stiamo pensando a come combattere un’altra battaglia.
Brama di esistere, che conduce alla nascita della coscienza, che porta al desiderio, poi all’attaccamento ed infine al divenire. Il cerchio della nostra sofferenza. La rinascita della nostra sofferenza. In continuazione. Come ben spiega l’Origine Interdipendente del Buddha.

IL GRANDE LEGAME

Tutto è in divenire. Nulla dura per sempre. Anche l’Universo, nonostante i suoi tempi dilatati rispetto ai nostri, cambia in continuazione, tutto si disintegra e tutto rinasce. E non volete che questo includa anche questo nostro corpo che noi chiamiamo «me»?! Ovviamente non sto parlando dopo la morte.
Non importa che voi ci crediate o meno, perché questo non cambia la realtà delle cose. Le cose sono come devono essere. Le cose sono così come sono. Al di là dei nostri voleri, delle nostre credenze, a volte così fantasiose e così ridicole.
Ecco a cosa serve la meditazione, quella autentica, non quella fatta con i miagolii dei gatti, o accompagnata da canti propiziatori e da incantesimi magici, o quella fatta mettendo la punta della lingua dietro il molare superiore destro, oppure quella con le campane francescane dei conventi dell’alta Loira.
Ma la Meditazione Smascheratrice, che possa condurci talmente in profondità da uscire fuori dai giochi della mente che ci tengono soggiogati nell’illusione, la Meditazione che ci porti ad avere la Visione Profonda di questa nostra esistenza. Solo così possiamo vedere, capire e credere.

Sperimentando da voi. Questo vi offre il Buddha: sperimentate da voi. Ma per farlo bisogna impegnarsi un poco per imparare la sua tecnica veramente efficace. Una volta instaurata la visione profonda si farà la profonda esperienza dell’impermanenza, della vacuità e dell’insoddisfazione. Si percepirà a fondo l’Origine Interdipendente, o causalità mondana. Una esperienza che cambierà il modo di vedere la vita per sempre.
La vacuità vuol dire che si fa esperienza del vuoto, della nullezza.
Ma vuoto di cosa?
Il vuoto significa in questo contesto che non c’è una identità permanente e personale, che tutto è in divenire. Il vuoto denuda e smaschera il trucco del Mago di Oz.

Che idea pericolosa! Questa persona che fa la voce grossa, promettendomi di rendermi felice, in realtà non esiste. Come potrei mai dunque essere felice affidandomi ad un fantasma, ad un niente di fatto.
Sembra paurosa come idea questa scoperta. Ed è per questo che molti Sé, dei grandi ego, si bloccano e fuggono. Ma in realtà è tutto il contrario. Se si ha il coraggio di andare oltre la paura (creata e foraggiata da quella illusione) si arriva ad un completo e assoluto sollievo. Si arriva ad assaporare per la prima volta la liberazione. Come quando si esce da una prigione fatta di sbarre che non riuscivamo (e non volevamo) vedere.
Ma cosa significa essere liberi?
Significa essere liberi dalla sofferenza. Significa che non dovremo mai più vivere dei momenti dolorosi. Significa non creare più Kamma negativo. Quando le parole sono solo parole e i pensieri sono solo pensieri e non vi è più nessun impostore dietro a manovrarli, non si crea altra sofferenza per noi e per gli altri.

Quindi i nostri sentimenti di ansia, di paura, di avidità e di oppressione derivano solo dall’illusione di un io che non c’è in realtà, una costruzione che ci ha fatto perdere il dono del grande legame.
Tutti gli esseri derivano da una stessa matrice pura ed incontaminata, una matrice da cui veniamo ed in cui torneremo. Questa matrice è il brodo primordiale da cui sorgiamo come tante sfere. Quando gli esseri sorgono da essa sono tutti sfere identiche, tutte costituiti della stessa matrice. Nel corso della nostra esistenza e ben presto la nostra identificazione ci conduce a credere che la nostra sfera è più grande, più bella, con più diritti, con più necessità, con più vantaggi da conquistare. Truccare la nostra sfera originale, invece, non porta altro che menzogna e sofferenza.
Ma porta anche la privazione del nutrimento della saggezza che il grande legame aveva sempre avuto per noi.
Quell’illusione ci costa cara. Essa, infatti, ci ha reso orfani!
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ESSERE O NON ESSERE

Fra i più intriganti ed importanti insegnamenti del Buddha (come se si potesse scegliere) vi è quello di Anatta (in Pali, la lingua del Buddha), meglio conosciuto come Non-Sé. Il Buddha è stato fino ad oggi uno dei pochi maestri spirituali ad occuparsene, e l’unico ad occuparsene in un certo modo e fino in fondo.
Ma per poter capire e soprattutto sperimentare il non-sé, visto che non è una questione meramente intellettuale, bisogna prima comprendere che cosa significa il sé, che cosa si intende con «io», con «me».
SuttaMagga


ARTICOLO
Il Grande Legame
Raccolta di discorsi del Maestro Simonelli durante i ritiri.
L'illusione di un Sé
Il nucleo centrale del processo di disillusione dall'inganno dei sensi e dai falsi rifugi che da essi derivano.

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