Buddismo | Buddhismo | Mahayana | Vajrayana | Theravada | Hinayana | Bon | Tantra | Tantrismo | Tibet | India | Padmasambavha | Cina | Giappone | Chan | Zen
La Diaspora del pensiero Buddista
Nei secoli successivi alla morte del Buddha, il suo pensiero si è sparso in vari paesi limitrofi dell’Asia e si è continuato ad indicare, fino ai nostri giorni, con il termine buddista questa derivazione del pensiero originario. Va sottolineato però, che questi popoli che parzialmente o completamente hanno assimilato, derivato e generato nuovi movimenti, continuano ad essere indicati tutt’oggi con il termine buddista, pur avendone modificato non solo la formalità sostanziale, ma anche la quasi totalità dei contenuti, dei testi e i maestri di riferimento.
Pertanto, non solo il mantenimento di una tale denominazione non è storicamente giusta (o comunque inesatta), come vi mostrerò fra poco, ma è anche in forte discordanza con il volere che tali popoli e tali religioni derivate hanno spesso espresso, in modo più o meno grossolano, prendendo le distanze dal movimento buddista originale e storico.
Ma facciamo un piccolo passo indietro.

Il Buddismo scompare nei secoli successivi, ad opera di persecuzioni ed incompatibilità politico-religiose che si sono succedute nell’India dell’epoca. Tali fenomeni hanno portato ad una vera e propria diaspora (dal greco «dispersione», dal verbo «disseminare») del pensiero originario, che in tal modo ha finito per installarsi in paesi e latitudini più favorevoli. Nei secoli successivi assistiamo alla progressiva e quasi totale scomparsa del buddismo nel continente indiano (pur resistendo e fiorendo, fino ad oggi, nell’isola una volta denominata Ceylon, attualmente Sri Lanka), e un veloce insediamento in altri paesi, dove diventa una vera e propria derivazione, ad opera spesso di una commistione di tale pensiero con le religioni e le credenze del luogo. Fra poco la parola derivazione avrà molto più senso.

I Veicoli
Oltre al progressivo insediamento geografico del pensiero buddista in altre latitudini, assistiamo pian piano alla formazione di un nuovo movimento, di derivazione buddista, che assume, però, dei connotati propri e peculiari, adottando anche i propri testi e commentari che vengono associati agli insegnamenti del Buddha storico (da adesso in poi dovrò, per ulteriore chiarezza, riferirmi così all’unico Buddha riconosciuto dallo scrivente e da tanta parte della storia come tale, per evitare confusione), ma che in realtà non possono in alcun modo essere ricondotti ai suoi insegnamenti, a causa della non certo ininfluente distanza secolare e delle trasformazioni dottrinali. In poche parole, si attribuiscono al Buddha storico insegnamenti e testi (come ad esempio il Sutta del Loto) che non possono essere riconducibili alle sue parole, a causa dei tanti secoli trascorsi per la loro apparizione e ad opera di maestri appartenenti alle scuole “derivate” dalle scuole indiane originarie, quest’ultime poi lentamente scomparse.
In quel periodo (siamo quasi ad un millennio di distanza dalla nascita del Buddha storico) il buddismo comincia ad attecchire in tutto il sud-est asiatico, in paesi come la Cina, la Cambogia, la Birmania (oggi Myanmar), la Corea, poi in Tibet e anche in Giappone, solo per nominare i più importanti.
In questi paesi e nelle applicazioni del buddismo originario, si era ormai instaurata una cesura ed una trasformazione del pensiero originario, tanto da cominciare ad adottare delle distinzioni nominali e spirituali che ancora oggi sono di uso comune. Tali manifestazioni rappresentano, a mio avviso, la testimonianza di cotanta differenziazione fra le scuole originarie e quello postume, quest’ultime intente a gettare le basi per un nuovo movimento, non solo derivato, ma del tutto originale e difforme dal corpo del buddismo primario.
Mi riferisco all’apparizione del neologismo (oggi di uso comune) ‘Mahayana’, che letteralmente vuol dire Grande Veicolo, e che indica tali movimenti postumi e autonomi, i quali attribuirono al buddismo storico di origine una connotazione accentata di privazione e debolezza, affibbiandogli il termine Hinayana (da cui il movimento Mahayana vuole prendere le distanze) che vuol dire Piccolo Veicolo.
Tale distinzione affonda su una distorta e inesatta interpretazione degli insegnamenti buddisti storici e originari, che vengono considerati dal movimento Mahayana solo per pochi, senza alcuna preoccupazione per la salvezza dei molti, adottando per questo motivo l’aggettivo piccolo, con l'intento di indicare un veicolo troppo stretto per accogliere il mondo intero verso la salvezza, un veicolo solo per gli eletti, inabissando in tal modo il messaggio del Buddha storico, distorcendone e mutilandone la compassione di cui era intessuto.
Oggi si tende ad utilizzare (per fortuna ed era ora, direi) il termine Theravada (che significa “La via degli anziani”), anziché il riduttivo e sprezzante Hinayana.

Qui inizia l’orgogliosa cesura, la differenziazione, il distacco e l’appropriazione di meriti salvifici che secondo la tradizione Mahayana non sono posseduti in quella estensione e totalità dal piccolo veicolo, ossia dall’insegnamento originario del Buddha stesso.
Il movimento Mahayana comincia a fiorire in paesi come la Cina e il Giappone, acquisendo delle denominazioni ancora oggi in uso, come Ch’an (in Cina) e Zen (in Giappone), che indicano le pratiche meditative all’interno di quelle tradizioni. La parola meditazione è Dhyana in sanscrito, in Pali (la lingua del Buddha) invece è Jhana. Tali parole di derivazione indiana hanno traslitterato la pronuncia cinese generando il termine Ch’an e, da questo, quello giapponese Zen.
In questi paesi si diffondono nuovi testi e insegnamenti di grandi maestri come i Patriarchi cinesi e coreani. Via via si sostituiscono non solo nuovi testi ai Sutta originari del Buddha storico, ma anche la “venerazione” e il riconoscimento di maestri nati molti secoli dopo il Buddha Shakyamuni. In alcune di quelle derivazioni, il Buddha viene pregato e venerato, addirittura, come un Dio, distruggendo anche la visione antropocentrica del Buddismo originario. Spariscono o si indeboliscono i punti salienti dell'Ottuplice sentiero, come in alcuni casi la Meditazione. Comincia a cambiare il corpo dottrinale, i maestri di riferimento, si aggiungono ritualità inesistenti che prendono linfa dalle culture, tradizioni e superstizioni locali, in cui il buddismo storico si inabissa per nascere sotto altre forme. Questo è ancor più vero e antropologicamente efficace nel Vajrayana del Tibet.
Ma allora ha ancora senso parlare di buddismo, riferendoci a tutte queste realtà?

Il Vajrayana e il Tantra
Il termine Vajra significa letteralmente diamante e le sue implicazioni dottrinali esulano da questa trattazione. Quindi tale parola indica il veicolo del diamante, ossia la serie di insegnamenti, tramandati da tanti maestri, che ha preso piede nel Tibet dell’Ottavo secolo dopo Cristo.
In quel tempo in Tibet fioriva una religione, chiamata Bon, del tutto autoctona e su base sciamanico-panteista, ossia la ritualità, l’adorazione e venerazione di molte divinità era il punto essenziale e principale di tale religione. Spesso altre religioni hanno tentato di stabilire nei confini di quel paese altri tipi di tradizioni spirituali, senza alcun successo e, purtroppo come spesso succede nella storia delle religioni di molti popoli, anche con il contributo del sangue di molte vittime.
La tradizione vuole attribuire ad un grande maestro tibetano, chiamato Padmasambhava, l’introduzione del buddismo (o meglio, di una delle sue derivazioni) all’interno dei confini del Tibet. La grande sintesi che ebbe inizio nei secoli a venire fra il Bon e il buddismo, fu resa possibile perché i maestri tibetani introdussero gli insegnamenti del buddismo storico associati a quelli di origine induista, quest'ultimi conosciuti con il termine Tantrismo.
Il tantrismo permise agli insegnamenti buddisti (o sarebbe meglio dire, agli insegnamenti basilari) di penetrare all’interno della realtà religiosa tibetana ed essere accolta ed inglobata dalla religione esistente (Bon). Questo ibrido fatto di Tantra e buddismo riuscì ad essere accettato all’interno di una società religiosa, che faceva della devozione, della pratica magico-esoterica il proprio impianto dottrinale.
Ma perché il Tantra riuscì a sdoganare un pensiero così avulso da un contesto magico-esoterico, come era il buddismo originale? Per capire questo connubio, dobbiamo superficialmente ricordare che il Tantrismo utilizza una serie infinita di divinità, demoni e creature di molti regni, riuscendo così ad armonizzarsi con le tradizioni religiose e popolari già presenti in Tibet all’epoca. La ritualità tantrica, l’uso dell’invocazione di creature di altre dimensioni e la presenza costante di un panteismo strutturato riuscì nella difficile penetrazione del buddismo (o di quello che ne rimaneva) all’interno dei confini tibetani.
Ma a questo punto sorge la domanda, cosa ha a che fare il buddismo storico (quello originario, del Buddha Gautama Shakyamuni, per intenderci) con tanta diversificazione, tanta ritualità e soprattutto con tanti insegnamenti infusi di misticismo, magia, divinazione e pratiche esoteriche, che arrivano addirittura ad adottare rituali sessuali di accoppiamento per raggiungere la liberazione?
Francamente ed onestamente poco, anzi nulla per la maggior parte degli aspetti!
Il Buddha storico ha combattuto tutta la sua vita contro certe pratiche, di derivazione induista, che poi sono state adottate in quelle realtà derivate. Non ha mai riconosciuto alcun aiuto e utilità alla ritualità. Ha sempre scoraggiato discorsi metafisici e meno che mai ha incoraggiato la credenza in divinità protettrici e ausiliatrici.
Per non parlare dell'uso del sesso a fini mistici e spirituali.
Basti pensare, per rendersi conto delle differenze profonde, che una delle immagine sacre e più famose della spiritualità tibetana è l'unione di una divinità, somigliante al buddha di colore blu, nudo in comunione e in amplesso sessuale con una donna nuda che gli sta sopra, come dimostra qui l'immagine in cima al presente articolo.
Al di là degli aspetti simbolici dei colori e della bellissima trasposizione di un concetto spirituale in un gesto così terreno, nonché delle potenti implicazioni mentali, questa immagine riassume le nette e totali differenze fra i vari contesti.
Si potrebbe obiettare che tale immagine, come tutte le altre divinità sono solo simboli. Al di là della potenza profonda dei simboli, di cui non devo darne conto in questo contesto, tali manifestazioni sessuali ed applicazioni non appartengono solo al regno dell'immaginazione e visualizzazione mentali, ma sono anche pratiche comuni, che in alcune realtà hanno condotto anche a scandali penosamente famosi.
Riassumendo, il buddismo storico ha a che fare con tali derivazioni e realtà, meno di quanto la cultura religiosa italiana ne ha con le altre realtà monoteistiche. Pur avendo dei tratti iniziali in comune, le culture religiose ebraica, cristiana e musulmana sono completamente diverse. Anzi i loro rappresentanti e fedeli si sentono molto diversi, proprio come la religione buddista frutto di quella diaspora è diversa da quella da cui ha avuto origine. Anzi, tutto sommato esistono più similitudini fra il Cristianesimo e le altre religioni, che fra il buddismo storico e tutti questi altri movimenti che si professano buddisti.
Alcuni sostengono che i tratti essenziali sono gli stessi. Ma questo è un modo elegante di non voler vedere il problema. E' un modo per non sottolineare delle differenze che ne fanno delle realtà assai diverse, negli intenti, nella struttura e nelle manifestazioni. Alcune di queste derivazioni riconoscono e venerano altri Buddha, altre divinità, creando un pantheon di divinità che il Buddha Shakyamuni non ha mai riconosciuto ed insegnato.
Se ci sono delle similitudini sui frutti da raggiungere tra le varie realtà buddiste, queste sono visibili in tutte le culture spirituali e in tutte le religioni. Se invece tale sostegno vuole promuovere un impulso di tolleranza e amalgamazione, è ovvio che questo è sempre auspicabile e desiderabile, ma non è necessario fingere di essere uguali per questo. In tal modo a mio avviso si rischia solo di confondere e scoraggiare il visitatore attento ed interessato ad un mondo spirituale, dove la coerenza e la trasparenza devono essere caratteristiche incorruttibili. Soprattutto in un momento di così tanta confusione mondana. Spesso tale miscuglio di tradizioni oltre alla confusione, reca anche diffidenza e sfiducia, per il senso di frammentazione che arreca con sé.
E allora come chiamare queste “nuove” religioni, se non buddiste? Avrebbe senso mantenere lo stesso nome?
Da un punto di vista strettamente dottrinale, certo che no, come vi ho appena dimostrato. Da un punto di vista formale, neppure.
Ha senso parlare di comunione di intenti fra le varie “sette” buddiste, solo quando si parla di pace e di armonia, del riconoscimento della sofferenza come forza motrice del nostro risveglio. Ma tali caratteristiche sono comuni anche ad altre religioni e movimenti, ma non per questo le chiamiamo buddiste. Il buddismo storico parte da certe premesse che, però, in molte di quelle sette formatesi a posteriori non solo hanno perso senso, ma si sono addirittura dirette verso l’esatto contrario.

Spesso nelle scuole della tradizione Mahayana e Vajrayana questo intento salvifico acquisisce il sapore della competizione, cercando di offrire il miglior metodo a disposizione, e ciò appare addirittura fra le varie sette provenienti dallo stesso impianto dottrinale Mahayana e Vajrayana (basti pensare alla guerra ideologica, fra le varie scuole tibetane in passato, ma ancora oggi purtroppo presente).
Insomma, ogni scuola rincorre il proprio maestro (che ora diventa un Buddha lui stesso) e ognuna proclama l’adozione delle tecniche più efficaci e risolutive. Credo che questo sia un diritto di chiunque e di qualunque movimento. E credo fermamente che questa sia una profonda ricchezza non solo spirituale, ma anche antropologica e culturale. Ma allora si adotti una distinzione nominale che ne sottolinei l'evoluzione e la completa differenziazione. Ci si appropri, come è giusto, del proprio contesto storico e spirituale, senza ripercorrere una genealogia di appartenenza che oggi (e ormai da molti secoli) non ha più senso.
In definitiva avrebbe senso adottare ancora un termine comune, un buddismo appunto, solo e solo se si tenesse sempre a mente e si esplicitasse che tale termine è in uso per una dolce consuetudine, e che ciò ha a che fare con il buddismo storico proprio come Roma odierna ce l’ha con quella antica. Sono presenti, infatti, alcune antiche vestigia ed il nome è rimasto uguale, ma per tutto il resto...
E tu sei buddista? E di che veicolo sei?
Commistione tra religione, tantra, ritualità e sessualità.
Il pensiero del Buddha originario di fronte alle sue molteplici derivazioni.
Centro Italiano di Meditazione



Il Buddismo nacque in India circa 2600 anni fa, ad opera di un principe indiano (Gautama Siddharta Shakyamuni) che mediante il suo Risveglio (la parola Buddha significa proprio questo, risvegliato, quindi non è un nome, ma un appellativo) ha creato un movimento filosofico-etico-spirituale che ancora oggi conta centinaia di milioni di seguaci in tutto il mondo. Non ho usato appositamente la parola religione per i seguenti motivi: il Buddismo non può essere considerato una religione, poiché tale parola è affine al latino ‘religare’ «legare», con riferimento al valore vincolante degli obblighi e dei divieti sacrali. Inoltre, nelle religioni esiste una posizione teocentrica, ossia l’esistenza di una Divinità Assoluta e Permanente come forza creatice del destino di ogni essere e di tutte le dimensioni universali. Tali concetti sono del tutto estranei al pensiero del Buddha. Non solo, i suoi insegnamenti li hanno fermamente osteggiati e rinnegati. Dopo la morte del Buddha, il suo pensiero è stato sistematizzato, trascritto e poi presentato nel primo e secondo concilio buddista, mediante una raccolta di testi che oggi noi consideriamo, con una pressoché assoluta fedeltà, il pensiero del Buddha. Tali testi sono stati catalogati in quello che viene chiamato il Canone Pali (Pali è la lingua che era parlata dal Buddha, una derivazione della lingua indiana dell’epoca, che era il Sanscrito). Tale Canone viene indicato con il termine Tipitaka, che significa i Tre Canestri, poiché tutto il corpo dottrinale è stato diviso in 3 grandi raccolte, una filosofica (Abidhamma), una per le regole monastiche (Vinaya) e una per i discorsi e gli insegnamenti (Sutta).
La deriva(zione) del pensiero del Buddha Gautama
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