Ma molti allievi, una volta imparati questi stati meditativi, finiscono per utilizzarli nei seguenti 2 modi:
1. sperimentare una calma, piacevole e ristorativa passeggiata nei meandri della mente, per rilasciare le tensioni e i conflitti emotivi quotidiani;
2. applicare una sorta di allenamento accademico, simile ad una scheda in palestra, dove si salgono e scendono degli scalini, calmi, limpidi, ma privi di qualsivoglia utilità.

Se utilizzati in questo modo i Jhana sono di poca utilità ai fini del nostro risveglio e per trascendere la nostra condizione. In questo modo diventano una routine, inserita all’interno di una vita più o meno complicata, dove misurarsi con il proprio senso di spiritualità, o per apprezzare la propria capacità di riuscire a destare stati indubbiamente salubri. Ma non è che un altro gioco del vostro ego.
Ecco quindi che i Jhana sono accennati, veloci, apparentemente profondi. Si susseguono quasi in fretta. La fretta di aver fatto bene il proprio compito. Di aver adempiuto alla nostra routine spirituale. Ma la spiritualità qui non c’entra affatto.

IL vero compito dei Jhana

«Quando la propria mente si placa e si raccoglie in questo modo, purificata e luminosa, senza macchia, libera finalmente da difetti, malleabile, maneggevole, stabile e prona all’imperturbabilità, allora la si dirige verso il vedere e il conoscere. E così si comprende: questo è il mio corpo materiale, composto dai 4 elementi fondamentali, che ha avuto origine da una madre ed un padre, cresciuto cibandosi di riso, impermanente, soggetto ad usura ed urti, a disintegrazione e dispersione; e questa è la mia coscienza, supportata da esso e collegata ad esso.» (D.N. 2.83)

Queste le parole del Buddha in un famoso Sutta. Da qui si evince che i Jhana sono la condizione necessaria e sufficiente per accedere ad una visione profonda del proprio stato mentale ed esistenziale.
Ma vediamo meglio come.

A volte i Jhana esperiti dagli allievi sono frettolosi, accennati e superficiali. Questo perché subito ci si intrufola con la mente discorsiva ed egoica dopo il loro sorgere, facendoli collassare e annullandone l’effetto.
C’è ancora molta voglia di controllare. Il controllo deriva dall’identificazione in un ruolo che non vogliamo abbandonare.
Inoltre, come dicevamo, si ha più a cuore il compimento del tragitto che il loro utilizzo.
Ma il motivo principale è anche un raccoglimento insufficiente.

Focalizzazione

Nonostante le innumerevoli lezioni e precauzioni impartite, gli allievi spesso continuano a vagare, in acque sconosciute e in parcheggi sotterranei, dopo l’avvenuto accesso ai Jhana. Si rimane in una sorta di ‘stupor’, credendo di esserci, ma in realtà si va alla deriva. Questo annulla l’effetto di raccoglimento conquistato. Oppure si rimane incagliati da qualche parte in attesa di chissà cosa. Molti di voi, anzi, giurerebbero di essere nelle braccia di Dio.
E quindi va bene, no? No!
Anche se non è presente alcun processo discorsivo, la mente egoica è lì dietro a tirare le fila.
Per prendere le debite distanze ed avere chiarezza e non stupore imbambolato, dobbiamo rendere possibili due processi:

1. focalizzarci durante l’accesso ai Jhana, sulle loro qualità intrinseche. Se siamo capaci di farlo, il Jhana ripete se stesso più volte;
2. avere un raccoglimento iniziale lungo e profondo, oppure approfondirlo a metà tragitto, prima del 4° Jhana.

La focalizzazione significa mettere in pratica quello che in continuazione viene ripetuto ormai da anni: tornare all’oggetto meditativo. E qual è il nostro oggetto meditativo? Salvo dispense speciali, è la caratteristica intrinseca di quel Jhana. Ciò significa rimanere in esso e con esso. Significa, soprattutto, conoscerle quelle caratteristiche intrinseche.
Naturalmente, a causa dell’impermanenza, il Jhana è destinato a sorgere e poi svanire, eventualmente per poi ripresentarsi.
L’accesso meditativo approfondito si fa secondo quanto già detto, attraverso un preambolo prima del sorgere dei Jhana che può durare anche 2 ore in Ritiro. In casa può andar bene anche 30 o 45 minuti. Questo rende i Jhana così forti da lasciare uno spazio dopo di essi maturo e profondo come un canion. Il canion della nostra Visione Profonda.

Visione Post-Jhanica

Dopo che il Jhana ha lasciato come eredità il suo spazio meditativo, noi che facciamo? Vaghiamo alla deriva, dimenticando gli inciampi della giornata? Contempliamo la sublime bellezza del nostro spirito assurto agli altari paradisiaci? No!! Vediamo come procedere.

Raggiungiamo il più alto Jhana che possiamo ottenere. Il minimo è il 4°. Anche per chi è più avanti può andar bene il 4°, o un Jhana superiore. A patto che siamo veramente lì, completamente lì, profondamente lì. Focalizzandoci con quel Jhana, è probabile che esso torni più volte. Lasciamolo tornare. E’ una riprova.
Cercate anche di avere ottenuto un accesso alla meditazione iniziale piuttosto lungo, prima che il Jhana 1 abbia fatto la sua comparsa. Abbiamo detto minimo 30 minuti.
Decidete prima l’argomento della vostra visione profonda (vedi dopo). Anche se la cambiate in corso d’opera va bene, ma a patto che rimaniate poi con quella per tutta la sessione.
Non combinate più contenuti di visione profonda in una stessa sessione.
Una volta che siete nella scia post-Jhanica, non ciarlate, non ragionate, non inventate e non aggiungete. La visione profonda è sperimentare, non è ragionamento.

Gli argomenti principali fra cui scegliere, per il momento, sono 3:

1. Impermanenza: si inizia dal respiro e si ‘contempla’ la sua impermanenza. Ora c’è, ora non c’è più; ora è lungo, ora è breve; ora è profondo, ora è leggero e superficiale. Non dovete parlare, dicendo: ‘ah ecco ora è profondo'. No. Contemplare nel totale silenzio mentale. Dopo il respiro, lasciate che la mente si poggi su altre impermanenze: ora c’è un dolore che prima non c’era; e così via.
2. Insoddisfazione: lasciate che la mente esperisca l’insoddisfazione quando sorge il pensiero discorsivo. Cercate di percepire dietro quel pensiero il processo di identificazione, il processo di ‘io so, io faccio, io posso, io capisco’. Sentite come questo sia insoddisfacente, come conduca a disagio, come vuole, come attende, come desidera. Sentite come tutto questo vi isoli, vi appesantisca. Esperite lo stato della mente quando è pura e quando c’è pensiero, considerazione, convinzione. Non giudicate, ma assistete in silenzio. Non vi si chiede un voto, una risposta. Dovete solo assistere ai processi che la mente genera. Lasciate che la risposta sorga. Possono volerci molte sedute. Dipende da quanto sono forti le vostre convinzioni, il vostro ego.
3. Vacuità: sentite ancora quanto di quel sé è lì. Sentitelo, soppesatelo, sentite se c’è vacuità di quel sé, o c’è ancora la dicotomia soggetto-oggetto, io e l’altro, io che penso e il mondo che è l’oggetto del mio pensare. Cercate di sentire quando questa dicotomia sparisce, quando appare spaziosità, libertà, vacuità appunto.

Perché era dunque importante tornare all’oggetto meditativo? Lo capite adesso. Tornare all’oggetto meditativo, inoltre, ci insegna a lasciar andare. Ogni volta che torno, lascio andare il controllo, la parola, lo sbirciare e torno alla quiete, al qui e ora.
Impareremo un’altra tecnica per lasciare andare che si chiama «spazzare il corpo».
Jhana | Consapevolezza | Impermanenza | Non-Sé | Dukkha | Concentrazione | Raccoglimento| Visione Profonda
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I Jhana meditativi sono l’ingrediente necessario di tutti gli insegnamenti del Buddha Gautama. C’è un motivo per questo: lo stato di chiarezza e di raccoglimento dei Jhana sono indispensabili per prendere le debite distanze dalla mente discorsiva e dalle trappole egoiche, fatte di identificazione ed illusione.
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Raccolta di discorsi del Maestro Simonelli durante i ritiri.
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Dopo la calma profondissima dei Jhana si dirige la mente verso l'esperienza dell'ipermanenza, del disagio e del non-sé. L'esperienza dell'origine interdipendente verso la Liberazione.

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