Dukkha è l’incapacità umana a fronteggiare il proprio disagio, piccolo o grande che sia. Essa nasce dalla voglia di riprovare il piacere che si era esperito in passato e quando esso non arriva, questo senso di mancanza si tramuta dapprima in frustrazione, poi in disagio e attesa. L’attesa si trasforma in caccia. Tanto più è grande il nostro attaccamento, tanto più grande sarà il riverbero di quel disagio.
Badate bene che Dukkha è anche la negazione di essa. Ci sono persone che non vogliono vedere il proprio disagio fisico o mentale, negandone le implicazioni. Molte persone si nascondono dietro al fatto di non soffrire solo perché vivono nel benessere sociale e pecuniario. Ma Dukkha, in queste accezioni, non conosce confini e discriminazioni. In quel caso Dukkha diviene anche uno spettacolo di patetico isolamento in un mondo fantastico che amplificherà la sofferenza in modi imprevedibili ed indicibili.
Cosa faccio?

LE REAZIONI
Spesso gli allievi si sorprendono che la pratica non funziona quando Dukkha colpisce la propria mente, agitandola e prostrandola.
Questa difficoltà nasce da 2 fraintendimenti: 1) per pratica l’allievo intende spesso e soltanto (erroneamente) sedersi sul cuscino; 2) la gestione della sofferenza acuta non sempre si concilia con la meditazione seduta.
Una mente non sufficientemente addestrata non riesce spesso a restare seduta a meditare in una situazione di acuta sofferenza o disagio. La differenza fra una mente illuminata e una mente comune sta nel fatto che la mente comune soffre dei disagi del corpo e della mente. La mente illuminata solo quelli legati alla natura del corpo. Non certo alle reazioni mentali connesse a qualsivoglia disagio. Il corpo non ci appartiene, segue le sue leggi, e questo vale anche per un Buddha. E’ il modo in cui una mente addestrata reagisce alla

sofferenza. Ovvero, essa non reagisce. Vedremo più avanti cosa implica ‘trascendere' la sofferenza e la sua ciclicità.
Quando siamo colpiti da una sofferenza così lancinante da non riuscire a meditare, conviene sedersi e contemplare. Non telefonare all’amico del cuore per rinforzare il legame con la nostra reattività, o per farci dire quanto siamo sfortunati, annullando l’insegnamento che la sofferenza ci sta fornendo.
Il Buddha diceva che la natura umana è quella migliore per liberarci definitivamente della condizione di reattività che conduce alla sofferenza. Badate bene ho detto ‘liberarci della nostra reattività’, NON liberarci della sofferenza. La sofferenza si trascende, non si annulla. Altrimenti verrebbe meno la nostra comprensione della Prima Nobile Verità: «Nella vita c’è sofferenza».
Non possiamo annullare la sofferenza! Se fosse così saremmo capaci di annullare la morte, il dolore fisico, la malattia. Tutte cose che l’uomo moderno sogna di fare, ma che in realtà sono fonte di ancor più sofferenza.
Gli esseri dei regni più bassi di quello umano hanno così tanta sofferenza che è quasi impossibile praticare per loro. I regni superiori hanno così tanto piacere, da dimenticarsi di praticare, tranne per alcuni deva che, invece, vogliono praticare comunque.
Se qualcuno di voi non crede alla distinzione fra regni inferiori e superiori, basta semplicemente applicarli solo alla vita su questo pianeta. I demoni o gli esseri che provano indicibili sofferenze sono davanti ai nostri occhi continuamente. Gli esseri molto agiati anche.
La condizione umana è dunque la migliore, perché la dose di sofferenza e anche i momenti di piacere rendono ‘possibile’ lo stimolo della sofferenza a migliorarci, senza affogarci.
Pertanto di fronte ad un attacco di acuta sofferenza che ci impedisce di meditare, sediamoci a contemplare.
Ma contempliamo che cosa?
La molla che ha fatto scattare quel momento di sofferenza!
Ovviamente qui non sto parlando come molla solo dell’evento in sé, ovvero: «Mio marito sembra farmelo apposta, ogni volta che lavo per terra, lui ci passa con quelle scarpacce e lascia pedate per tutta casa».
Sì, può essere utile investigare un attimo il motivo scatenante, ma questo è il motivo superficiale. La contemplazione deve investigare la vera ragione che ha innescato la condizione di sofferenza. Investigare ciò che reputiamo spiacevole e piacevole. Ciò che vogliamo, ciò che desideriamo. O meglio il proprio desiderio che la vita si disponga secondo i nostri canoni, secondo la nostra volontà, secondo le esigenze del nostro ego.

Spesso la nostra reazione deriva da un senso di futilità, di mancanza di importanza, o di ansia, o paura per il futuro. Qualsiasi sia il motivo scatenante, il copione è lo stesso «Non voglio che sia così».
E perché non lo vogliamo? Perché il nostro ego non è sufficientemente riconosciuto, o supportato da quella condizione scatenante. Non ci sarebbe nessun dolore mentale se non ci fosse qualcosa, qualcuno, che reagisce a quell’evento scatenante.
Allora è importante investigare dove si trova questo ego, di cosa è fatto. Contemplare come il fatto di credere di possedere un ego «strutturato» costruisca l’impalcatura della nostra divisione rispetto all’altro, del mio volere contro il tuo, delle mie ragioni contro le tue, del mio vedere più in là rispetto a te.
Ma a nulla servirebbe dire «Sì, so che è il mio ego». A nulla!
Ciò che serve è investigare profondamente che la mia vera sofferenza è la reazione e non l’evento in sé.
NON LASCIATE MAI SOGGIACERE LA MENTE NELL’EVENTO SCATENANTE.
Lasciate andare l’evento che sembrerebbe aver scatenato paura, rabbia, o altre emozioni, e sondate la vostra reattività. Se non investighiamo la nostra reattività all’evento scatenante della nostra sofferenza, allora non possiamo sorprenderci che essa si ripresenterà ancora ed ancora, in un ciclo infinito.
Quindi sedete e contemplate la causa, la vera causa della vostra sofferenza.
Alcuni allievi si lamentano che nel momento in cui giacciono in questa contemplazione, la sofferenza si acuisce di nuovo. A questi allievi rispondo sempre: «E come potrebbe essere altrimenti, se non l’hai mai fatto». Ci vuole tempo ed addestramento.
Anche il volere avere tutto e subito è un sintomo di Dukkha. Disfarci di qualcosa che non vogliamo. La solita dicotomia, voglio-non-voglio, desiderio ed avversione, «Non voglio sentirmi così». Ma questo, cari amici, è il motore di quello che avete fatto fino ad oggi.
Se vogliamo trascendere la sofferenza, dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di guardare le vere cause.
Attraverso la meditazione, le contemplazioni e la presenza mentale gentilmente il nostro mondo interiore cambia. Quanto tempo è necessario? E chi può dirlo. Dipende dalla propria determinazione e da quanti punti di vista, convinzioni e convenzioni abbiamo, che possono essere un forte ostacolo per il nostro procedere verso la meta.
Ma dove si insinua Dukkha?
Perché la mia sofferenza torna sempre?
Vediamolo meglio.

IL CICLO DI DUKKHA
Per capire come uscire dal ciclo infinito di sofferenza, dobbiamo capire qual è il punto di uscita.
Nell’insegnamento del Buddha Gautama grande importanza è data all’Origine Interdipendente dei fenomeni, ovvero come si forma il ciclo di sofferenza e rinascite.
La comprensione di questo ciclo, porta direttamente verso il Nibbana.
L’insegnamento del Buddha attiene soprattutto alla libertà: dalla sofferenza, dalla sudditanza di altri individui, di mode e di dogmi. La libertà di scegliere, di imparare degli strumenti che consentano di provare e decidere da sé.
In questo insegnamento il ciclo dell’origine interdipendente dei fenomeni mette a nudo la formazione «ciclica», appunto, della nostra sofferenza e del nostro kamma.
Il ciclo dell’origine interdipendente inizia, convenzionalmente, dall’ignoranza, che genera kamma (formazioni mentali), che genera coscienze (formazioni volitive del nostro ego), che dotate ed ingannate dai sensi ci portano al desiderio, all’attaccamento e poi di nuovo alla rinascita. Un ciclo infinito.

La porta di uscita in questo ciclo è solo nel punto in cui si instaura l’attaccamento. Tutto il resto è una condizione dietro l’altra che genera altre condizioni. Ma il punto in cui possiamo agire, la porta di uscita dalla nostra sofferenza, è proprio il punto dell’attaccamento.
Attraverso la comprensione profonda di questo attaccamento, capiamo la nostra trappola, il voler essere a tutti i costi qui, in questa vita, con i suoi bisogni e i suoi limiti. Con la profonda introspezione della meditazione, capiamo che questo genera kamma che ci legherà ancor di più alle nostre sofferenze e ci costringerà a stare in questa condizione. La meditazione serve a questo, ad evitare che la mente giochi con noi, rendendoci possibile capire gli attaccamenti della nostra esistenza.
Se siamo ancora attaccati alle nostre esistenze, senza averne compreso il senso profondo, allora la meditazione e la pratica non hanno ancora scalfito i giochi di dipendenza della nostra mente. Siamo ancora soggiogati. A nulla servono le rassicurazioni egoiche di aver compreso il distacco da questa esistenza, di aver compreso il Dhamma, di aver compreso il qui e ora. Non è un affare intellettuale. Certo che lo si capisce intellettualmente e sensatamente. Ma si dimentica un attimo più tardi, quando la mente è di nuovo soggiogata dall’illusione dei sensi e dal piacere dei nostri ruoli in questa vita.
La cosa peggiore è che aver ‘creduto’ di averlo capito, non ci fa vedere quante volte ricadiamo. Oppure sorge l’orgoglio che nasconde quella verità.

La maggioranza delle nostre richieste è per diventare una moglie migliore, un padre migliore, un fidanzato migliore, perdendo di vista l’intero quadro e concentrandosi sui ruoli, guidati dalla soddisfazione di quei ruoli. Infatti c’è sempre un desiderio di soddisfazione, di aspettativa. Voglio essere migliore, ma voglio anche un corrispettivo, un riconoscimento.
Quegli aneliti sono nobili, ma non sono la conseguenza dell’aver trasceso la sofferenza, non sono il fine ultimo.
Quando usciamo dal punto dell’attaccamento, nel ciclo delle interdipendenze, interrompiamo la nostra sofferenza.
Poiché l’attaccamento entra nella nostra mente molte volte, è ovvio che proveremo molte volte insoddisfazione ed anche sofferenza.
Sofferenza non significa necessariamente esperire un evento sconvolgente. Essa può essere quel sottile disagio continuo, che nasce dal fatto di non essere mai in grado di trovare una totale soddisfazione in questa vita. Il senso di totalità non c’è perché non abbiamo la facoltà di farla durare per sempre. Questo perché esiste l’impermanenza.

Finché continuiamo a coltivare (più o meno consciamente) l’idea di poter trovare qualcosa o qualcuno che ci può rendere completamente e permanentemente felici, allora lasciamo la porta spalancata all’infelicità. Perché?
Perché nessuno potrà mai trovare in questa esistenza quelle condizioni di permanenza e di totalità che desideriamo. E’ facile, quindi, dedurre il perché delle nostre infelicità. Continuiamo a cercare il Santo Graal, qui e là, in un nuovo partner, una nuova dieta, una nuova religione, un nuovo metodo di meditazione. E cosa otteniamo? Nient’altro che altra insoddisfazione, delusione e frustrazione.
Continuiamo a cercare ciò che non possediamo, o che crediamo di non possedere completamente, perfettamente, mondando quei difetti che gli affibbiamo.
C’è un vuoto che desideriamo colmare. Ecco perché continuiamo a cercare rifugio nel mondo.
A meno che non interrompiamo questa illusione, cercheremo sempre di riempire questo vuoto attraverso il mondo esterno, attraverso i nostri sensi. Finché non ci rendiamo conto che il rifugio è interno, e che nulla là fuori potrà riempire quel vuoto, allora non possiamo nemmeno pensare di aver imboccato il sentiero spirituale.
Finché non capiremo questo, la sofferenza rialzerà sempre il suo capo e, come una Fenice, risorgerà all’infinito. In tutte le sue numerose manifestazioni.
La reazione più comune alla nostra sofferenza/disagio è incolpare gli altri delle nostre sorti. Ma anche il senso di colpa ne è un adeguato rappresentante.
Immaginate che questa nostra esistenza sia come essere all’Università. Se non capiamo le materie che abbiamo di fronte, tanto da poter superare l’esame, allora lo ripeteremo all’infinito, senza mai andare avanti. E se riusciamo a truccarlo in qualche modo, potremo superarne uno, ma non certo l’intero ciclo.
La sofferenza è quell’esame che non siamo riusciti a superare, dando la colpa al professore, alla scuola, al tempo, alla stanchezza, e senza mai cogliere invece il motivo fondamentale, ovvero capire a fondo ciò che stiamo studiando.
Così la sofferenza si ripeterà perpetuamente, senza mai cessare.
Un altro modo assai comune di reagire alla sofferenza è la fuga. Fuggire da essa. Alcuni arrivano addirittura a rimuoversi fisicamente pur di non sentirla più. Per fortuna non è un’abitudine, anche se i casi di suicidio sono ancora molto alti purtroppo.
I modi più comuni per evadere dalla sofferenza sono mediante i libri, la televisione, o parlare, parlare e parlare per cercare di coprirla, di anestetizzarla.

Un’altra reazione assai comune alla sofferenza è l’autocommiserazione, pensare di essere diversi dagli altri, più sfortunati, o che nessuno sappia capire quello che proviamo. Per questo ci raccontiamo e ci raccontiamo, per farci capire, per far comprendere la nostra condizione sfortunata agli altri. Questo non solo non serve a nulla, ma aumenta ancor di più il nostro senso di infelicità. L’autocommiserazione spesso si trasforma in un sottoprodotto più pericoloso, ovvero la depressione.
La sofferenza è un’insegnante presente e solerte, perché anche se non invitata si presenta lo stesso, incurante delle nostre situazioni contingenti. Incurante delle nostre rimostranze e difficoltà momentanee. A nulla serve dire: «Scusa oggi ho litigato con il mio fidanzato, torna domani ».
Come possiamo quindi superare la sofferenza? Trascendendola.
Ma cosa significa, trascendere la sofferenza?
Significa trascendere il suo significato personale, intrinseco alla nostra condizione di Tizio, Caio e Sempronio. Vederla per quello che è: una caratteristica universale dell’esistenza in generale e non della nostra esistenza in particolare. Le forme personalizzate della sofferenza sono dettate dalla reattività del nostro ego.
Il modo in cui siamo ubriacati e soggiogati da non vedere la realtà, avviene perché questa esistenza ha svariate occasioni, anche se brevi ed impermanenti, di fornirci momenti piacevoli. E noi vogliamo che essi durino, o che tornino ancora ed ancora, perché pensiamo che se quel piacere tornasse e fosse lì per noi, la sofferenza non tornerebbe più. Pensiamo che il piacere sia la cura alla sofferenza.
Ecco l’illusione che ci rovina la vita!
La sofferenza, come recita la Prima Nobile Verità, fa parte di questa esistenza. Fa parte di questa equazione. Imprescindibile come l’aria che respiriamo.
L’illusione nasce dal fatto che il piacere nasce dal contatto dei nostri sensi con i propri oggetti. Le sensazioni provenienti dei nostri sensi sono impermanenti. Alcuni piaceri durano di più di altri, ma tutti finiranno prima o poi.
Non solo le sensazioni dei nostri sensi ci ingannano, facendoci credere che la sofferenza non verrà più e che saremo per sempre soddisfatti o felici come in quel momento, ma nel momento in cui svaniscono alimentano un forte desiderio di voler quel piacere indietro, aumentando il nostro senso di insoddisfazione. Il desiderio ci accecherà di nuovo, facendoci finire nel vortice degli attaccamenti.
E il ciclo inizia di nuovo.

Quindi finché non trascenderemo la sofferenza essa si ripresenterà inesorabilmente ogni volta. Ecco cosa significa lasciare andare. Ecco cosa significa che non possiamo impedire alla sofferenza di sorgere, ma possiamo impedire di reagire ad essa, lasciandola andare, capendone il significato profondo. Trascendendola, appunto.
Finché non lo faremo, il sentiero spirituale è ancora un gioco fermo al corteggiamento. Dobbiamo accettare che il nostro corpo (e i suoi sensi) non possono fornirci la vera soddisfazione. Per i giovani è più difficile da accettare e da comprendere. L’esuberanza della gioventù può intossicarci, perché quando si è giovani si crede di essere invincibili, di rimanere così per sempre.
Il punto importante è praticare nella meditazione la consapevolezza (avendone la riprova) che se non c’è reazione ad un sentimento o sensazione spiacevole, allora non c’è alcuna sofferenza. C’è solo una sensazione spiacevole, corporea o portata da un pensiero che si è affacciato e che non ha avuto modo di incollarsi alla nostra mente.
Il Buddha soleva dire:
«C’è l’azione, ma non chi la compie; c’è il sentiero, ma nessuno che lo imbocca; c’è la sofferenza, ma non colui che soffre; c’è la liberazione ultima, ma nessuno che cerca di raggiungerla.».
Questo è l’insegnamento della non reattività. Questo è il sorgere dell’origine interdipendente trascendentale, al posto di quella mondana fatta di desiderio >> attaccamento >> ignoranza >> kamma negativo >> nuove coscienze che sorgono. Nel momento in cui IO, proprio io, voglio la liberazione, allora essa è impossibile da raggiungere.
Ci sono persone che non realizzano mai il significato delle loro spiacevoli vite. Pensano sempre che il loro disagio sia dovuto (o principalmente dovuto, o anche dovuto, ma pur sempre dovuto) a fenomeni esterni, come il mondo, la globalizzazione, l’economia e la politica.
Il messaggio del Buddha, i suoi preziosi e più vivi che mai insegnamenti, vanno sperimentati, messi in pratica. A nulla serve mantenere tutto al livello intellettuale.
A nulla serve cercare di afferrare il Dhamma con la volontà, con il proprio insaziabile senso di possesso, il proprio senso di voler diventare «tecnicamente» esperti. Di voler «sondare » la propria mente per curiosità. A nulla serve. Se non a fare ancor più grande quel senso narcisistico del nostro sé.

Quando noi applichiamo questi insegnamenti, senza diluire il Dhamma, senza infilarci dentro tanto quanto basta del nostro ingombrante io, da finire per questo in una farsa teatrale di Molière, allora cominciamo ad acquisire sempre più visione profonda.
Le parole del Buddha sono da mettere in pratica, non da leggere come un romanzo esotico.
Allora vedrete che la Saggezza finalmente si desterà, fornendovi un Rifugio unico e liberatorio.
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SIGNIFICATO DI DUKKHA
La parola Dukkha etimologicamente significa «difficile da sopportare» (du = difficile e il verbo kha = sopportare).
Il significato che essa abbraccia è così vasto che per tradurla adeguatamente dovremmo riempire molte righe di parole e locuzioni nelle nostre attuali lingue.
Essa infatti non è solo un senso di insoddisfazione profonda, che avvolge la natura di questa vita, ma la determinazione e la nostra cieca ricerca del piacere ad ogni costo, anche se in quel momento non stiamo esperendo nessuna sofferenza in particolare.
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ARTICOLO
Disagio, sofferenza e insoddisfazione
Raccolta di discorsi del Maestro Simonelli durante i ritiri.
Il disagio fino alla sofferenza
Riconoscere Dukkha attraverso la comprensione completa della prima Nobile Verità. Trascenderla verso la felicità e la liberazione.

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